ATTO PRIMO
Sala del trono. Il Sommo Vate è assiso. Due guardie ai lati del trono impugnano una lancia a forma di fallo.
È notte. La scena è in penombra e da una finestra aperta sullo sfondo si intravedono lampi e si odono tuoni lontani. Le due guardie seguiranno il monologo del Vate con gesti acconci, usando le lance per mimare le azioni sottese dalle parole del vecchio saggio.
Sommo Vate:
Ah che goduria immensa ed appagante
tener nel culo un mulo galoppante!
Ricordo ancora che al bel tempo andato,
giocavo per ore a fare l’inculato;
nessuno nell’isola, che fosse savio o pazzo,
osava sfidarmi nell’arte del rampazzo(*).
Appena sveglio, un mulo, la mattina,
tosto arrivava con la vasellina;
allor mi ungevo il buco e la rosetta
mettendo dentro il cazzo in tutta fretta!
Spremuto quello, arrivava un altro mulo,
e mentre questo pompava dentro il culo,
del precedente succhiavo la cappella,
mai vista al mondo più saporita e bella,
facendogli riprendere il turgor, la consistenza
tanto da farmi rincular con insistenza.
Era un’altra lunga e dura galoppata,
un’appagante e tumida chiavata
che le chiappe mi arrossava per lo striscio
ma apriva un varco per cagare liscio,
facendomi eiettar merde ed un gran lezzo,
da pubblicar senza por tempo in mezzo.
Col fax mandavo le cacche in redazione
ancora prima della colazione,
e il direttor, felice come a nozze,
succhiava il cazzo al correttor di bozze:
le merde mattutine andavan sul giornale,
intrise ancora dello sperma d’animale!
Ah, che tempi erano quelli, porca troia:
bastavano due cazzi, un po’ di gioia,
il culo sempre aperto all’asinino cazzo,
per pubblicar le merde col massimo sollazzo.
Poi, senza dir nulla un mulo, un porco giorno,
si convinse a girare un lungo porno,
fottendo per sei ore una paloma(*)
che l’omaggiò di un roseo condiloma!
Il mulo fottitor, la nerchia come un palo,
ben dentro il culo mi rigirò il regalo!
Ah, che disdetta, giacere sopra il letto
con le creste di gallo dentro al retto.
Addio cagate mattutine, sforzo anale,
da pubblicare in un editoriale!
In meno di mezzora, per un mulo,
rimasi a spasso, e senza un cazzo in culo!
(Si abbatte disperato sul trono singhiozzando)
(Entra Elenoclisma, la moglie del Vate)
Elenoclisma:
Vateee, Vatiiino, Vatuccio, rottinculooo
ancora ti ricordi del bastardo mulo,
che giunse un giorno fino qui da Roma,
regalandoti quel po’ po’ di Papilloma(*)?
Ma è una mania la tua, la fissazione
di un vecchio divenuto un po’ coglione!
che più non prende il pene d’elefante?
Dal giornal ti hanno cacciato a calci in culo,
ed io meschina mi devo fare un mulo,
ma la mia figa, all’elefante adusa,
col cazzetto di un asino pare una medusa!
Provai con due, uno davanti e l’altro dietro,
senza sentir nulla all’avantreno e al retro!
Bada, cretino, procura un elefante nuovo
altrimenti ti cago fuori come un uovo!
(esce di scena a grandi passi)
Sommo Vate:
(Rivolto ad uno degli armigeri che appare così triste che la lancia si ammoscia)
Pare impossibile a una bagascia rotta
limitare il prurito della potta.
Rammento ancor che licenziato l’elefante,
(costava troppo ed era assai ingombrante)
un paracarro comprai, di grande dimensione,
tutto in granito ed anticorrosione,
ma lei, in capo a un paio d’ore,
consumato l’avea con grande ardore:
un paracarro enorme, un metro lungo,
diventato piccino come un fungo!
Eh, il succo sapido della parussola(*)
corrode peggio della Coca-Cola(*)
Provai di poscia un palo, un capitone,
un vaso di Murano ed un lampione,
e infine, che volete che vi dica,
cacciai la testa nella possente fica,
scoprendo allora, con mio gran disdoro,
che i denti avea siccome un gran castoro
e una clitoride piegata verso l’ano
da far spavento alla colonna di Traiano.
Da quel momento decisi che mia moglie
dovesse soddisfar le proprie voglie
nel maneggiar coi diti la bregiola(*)
senz’altri aggeggi, arrangiandosi da sola.
Ma ora, il cazzo in man, le palle abbandonate,
tre dita in culo, le chiappe rinserrate,
tirando in basso il prepuzio vedo il glande:
il mio viso che appar tra le mutande.
Mi sento un fesso, un pirla, un gran coglione
se immantinente non troverò la soluzione:
Elenoclisma, che triste più non dorme,
d’elefante deve avere un cazzo enorme!
(Si abbatta di nuovo sul trono, mentre le guardie tentano di far riprendere turgore alle lance sempre più ammosciate)
(Entra in scena con circospezione il Professor Kotòner)
Prof Kotòner(*):
Puonciorno Sommo Fater, senza intucio
Ti aucuro in bocca un pene di secucio.
Zpero che tra le kiappe abbiate intero
l’idrante nerporuto di un pompiero(*)
che come un keyser sporri sperma calto
restantofi nel kulo bello salto.
Pazzavo per fentura qvi t’attorno
e ho percepito il fostro gran tiscorno:
tite l’ancustia al fidato conzigliere,
ché fi pozza proporre un bel klistere,
per tacitar della conzorte i facinal penzieri
ke il crasso intestin vi opprimono da ieri (*).
Forze ke non zono il profezzore
fitato amico et anke confezzore?
Sommo Vate:
(Con fare speranzoso, mentre le lance dei due armigeri riprendono turgore)
Esimio professor dei miei coglioni,
auguro a voi le zecche nei maroni,
ed in secundis, siccome non son fesso,
io sono il Vate, non son per nulla un cesso!
Con questa storia del professor tedesco,
facendo finta d’avere un puttanesco
accento d’alemanno, o peggio
il cervello come un piccolo scorreggio(*),
vi dilettate nel vezzo tutto istriano
di prendermi da dietro il deretano.
Siate avvertito che al prossimo svarione
strappare vi farò dei due un coglione.
Vate, non Water, cazzo infame,
non sono un cesso né un pissoir(*) di rame!
Ma non capite, professor di merda,
che non ho i soldi neppure per la gerda(*)?
Senza stipendio e sol con la pensione
comprar non posso il più piccolo goldone.
Che fare allor per dare alla consorte
un elefante che la trombi a morte?
(Il prof si prende la testa tra le mani, gesticolando come si masturbasse il collo poi, dopo il parossismo che precede l’eiaculazione, lancia l’idea)
Prof Kotòner:
Ach, Zommo Fate, zenza erre, in fretta
al machiavello(*) tetesco tate retta.
Nello scroto le piattole schiaccianto,
zento arrifare nel kulo un vero skianto:
la luminoza itea zullo zfintere
preme come lo stronzo ch’esce dal zetere!
Zia konvocato atezzo zenza intucio
il cruppo amical ch’ama il pertucio
anal tar via azzai spezzo! Ezzi,
mostranto al volco che non zono fezzi,
menantosi la fava, il cran proplema
rizolferanno zenza alcuna tema.
L’uno in kulo all’altro entrino allor, e kvello
primo fra tutti zia il Kafaliere Uccello!
(Entra il Cavaliere Uccello seguito dallo scudiere, mentre il Prof Kotoner si dispone accanto al trono)
Cavaliere Uccello(*):
Saludi(*), o Sommo Vate, state bene?
Scappucciandone siete(*) il vostro pene?
Giunsi di corsa al vostro gran baccano,
lasciando a mezzo di spompinare un nano:
la sborra sì densa avea quel picio(*),
da ricordare il sapor d’un dentifricio.
Sapea di menta piperita, o Vate,
e per voi lasciai pure due chiavate
che il nano avea promesso al mio culetto
finito che avessi con il linguale umetto.
Franco sarò, nel nome delle seghe
scambiate in decenni di congreghe:
la soluzion che vedo e che ne esco(*)
è d’ippopotamo un cazzo gigantesco!
Mi recherò pertanto in Africa, lontano,
scambiando l’animalesco cazzo col mio ano:
io sono pronto al generoso sacrificio,
di dare il culo a un negro(*) per il picio(*).
Tornerò tosto qui, al gran castello,
portando meco la bestia e il grosso uccello.
La sposa vostra, dalla mona enorme,
sarà sbattuta dallo smanfro(*)abnorme!
(Si volge verso il pubblico aspettando l’ovvia ovazione)
Scudiero:
(Sussurrando all’orecchio)
Padrone mio, perché attaccarsi al pene,
se esiste al mondo la delizia dell’imene?
Appendendovi alla minchia voi rischiate
di dire un monte di orride cazzate!
Sommo Vate:
(Rivolto al professor Kotoner)
Allora, professor dei miei coglioni,
sarebber queste le vostre soluzioni?
Un povero demente coglionazzo
voglioso d’Africa e di un nero cazzo?
(Ai due armigeri, con tono solenne)
Sia praticato al Cavaliere Uccello, mio seguace,
di paprika un clistere ben mordace;
l’intenso bruciore intestinale,
viatico sia per levarsi dalle bale(*)!
(I due armigeri eseguono mentre il Cav. Uccello porge riconoscente le chiappe con aria sognante; dopo il clistere si disporrà lungo il fondale, partecipando alle parole degli attori con gesti eloquenti)
Prof Kotòner:
(Con aria vagamente preoccupata, scotendo la testa e tastandosi in cavallo)
Poiché l’Uccello dai coglioni si è lefato,
entri il primo dei due che si è fermato:
Mauro Mau, aztroarcheoezperto,
colui che allinea la zabbia nel dezerto,
gli stronzi di cane tentro i condomini,
ed i goldoni usati nei cazini!
Zi appropinqui al trono e la zua idea,
ezponga in fretta come un fiotto ti tiarrea!
(Entra Mauro Mau seguito dai Tretrans)
Mauro Mau:
Eccomi, o Vate! Al tuo richiamo accorso,
bevvi di sperma suino un congruo sorso,
ciucciai la nerchia ritta a due mufloni,
allineai il loro culo ed i coglioni.
Preso dipoi il gipiesse(*) in mano,
spingendo a forza me lo cacciai nell’ano,
trovandolo allineato col pitale
ed il bigatto(*) del messo comunale!
Questa scoperta assai importante e nuova,
mi diede l’estro per vincer questa prova
di prontezza cerebral, questo sofisma,
riguardo la ciornia(*) di Monna Elenoclisma.
Se della vostra moglie la bernarda
ha un gran bisogno d’un colpo di spingarda,
di un brutal chillitone(*) da un quintale
di un cefalo sguarramazzo(*) originale,
suggerirei per la fremente fregna
il più grande menhir della Sardegna:
io stesso lo provai nel deretano
mentre lo allineavo col pianeta Urano!
Impalato sull’alta pietra fitta,
piantata nel mio culo a mo’ di bitta,
l’azimut calcolai dello sfintere
e poscia la declinazione di un clistere.
Ricordo poi che per un anno intero,
produssi merde come un monastero!
Le mie scorregge furon sì violente
d’aprir la faglia del Tirreno, in Continente(*)
e da spegner del Vesuvio l’eruzione
con i gas di anale produzione!
Alla divina Elenoclisma suggerisco allora
di spingersi il menhir dentro la vora(*).
A mo’ d’esempio leverò dallo sfintere
la gran carota che preme sul sedere,
inserendo al suo posto, fresa anale,
dell’osservatorio di Brera il cannocchiale!
(Esegue con grande soddisfazione)
Tretrans:
Mauro Mau tu non sei saggio
la carota non fa mal
ma ci và molto coraggio
per tenere un cannocchial.
Una lente dentro al buso(*)
prima o poi si può spezzar
e ridurre il tuo pertuso(*)
come un piatto di cheddhar(*).
Mauro Mau, Mauro Mau
fottiamo tutti in culo
Mauro Mau, Mauro Mau
Mauro Mau, Mau, Mau,
Or che dalle chiappe, la carota si levò
lasciò il culetto vuoto e un cannocchiale ci ficcò,
non è più lo stesso, ci vuol altro per goder
un carotone è meglio sai di qualunque altro mestier]
Forse è meglio un bel padulo
su rifletti bene dai
e di un telescopio in culo
dicci un po’ che te ne fai.
Mauro Mau, Mauro Mau
ciuliamo tutti in coro
Mauro Mau, Mauro Mau
Mauro Mau, Mau, Mau,
Mauro Mau tu non sei saggio
la carota non fa mal
ma ci và molto coraggio
per tenere un cannocchial.
Sommo Vate:
(Rivolto al professor Kotoner, dopo una pausa eloquente)
Professore mio, testa di nerchia:
eccone un altro della vostra cerchia.
Sicuro siete(*) che nello scrotale sacco
volete mantenere un doppio pacco(*)?
Proseguendo così, senza fallar,
uno dei due vi farò certo strappar!
(Ai due armigeri, con tono solenne)
Al grande fesso,l’esimio allineatore,
nel cul ficcate un regolo calcolatore.
Usando questo, e le sue perizie anali,
allineerà di certo i villi intestinali.
Li troverà orientati,tutti quanti sono,
verso il solstizio equinozial di Bono(*)
(Alzandosi in piedi, con voce tonante)
Entri allora il secondo testicolo rimasto,
sperando che l’unico neuron non l’abbia guasto!
(Guarda eloquentemente Kotòner mimando con due dita il gesto di una forbice che taglia)
Prof Kotòner:
(Preoccupato, balbettando e tenendosi due mani protettive sul cavallo)
Ehm… Zommo Fate… feramente adezzo
più che un coglion zta per entrare un cezzo,
un bidet, un zanitario di Richard Cinori,
un pizciatoio che zta azpettando fuori.
(Guarda in direzione del Sommo Vate, ma non ottiene soddisfazione, allora si rizza sul busto con coraggio e annuncia:)
Amepa Loffia, tonna zaccia e zciamana,
zcienziata pelozetta e un po’ puttana,
ztanca da tempo del continental manfano(*)
trazferizzi con cioia ad Oriztano.
Quivi trofò, zul monte tetto Prama,
le ztatue litiche di mondiale fama,
tenute in kulo, con sforzi inusitati,
dagli indipendentisti più arrabbiati.
Da qvel momento, per cadere in trance,
tentro la cionna(*),con molta nonchalance,
ci cacciò le tezte ti pietra tutte intere
allarcanto a dizmizura lo zfintere
e contraendo la patonza tutta quanta,
cozì facendo ne zpaccò quaranta.
Ritotti in chiaia i cicanti di kalcare,
le soffenne cran foglia di kakare,
producendo così una teoria sicura
sull’interpretazion della nuracica scrittura.
Si può pen tire che l’archeologia izolana
finì tra le cozce di una cran puttana!
Appropinqvati, Amepa, strincimi un koglione
e dicci zubito ze hai la zoluzione.
(Entra Ameba Loffia e si dirige verso Kotòner afferrandogli con evidente soddisfazione il cavallo dei pantaloni)
Ameba Loffia:
Tastando le accademiche mutande
sento crescere in mano un grosso glande.
Il professor Kotòner, se ricordo bene,
ama parecchio farsi stirare il pene.
(Kotoner annuisce con evidente goduria; Ameba Loffia continua a masturbarlo seguendo a declamare)
Tu chiedi a questa sciamana, saggia donna,
come trovar di fava una colonna,
sì possente, grande, ritta e poderosa
da soddisfar della moglie la pelosa!
Question difficile, o immenso e Sommo Vate,
non s’inventan così le gran chiavate:
come le donne più esperte sanno bene
l’importante non è la dimension del pene.
Dell’aggeggio la durezza è il gran segreto
val tutto il resto come un puzzoso peto!
Che farsene di una colossal pilloscia(*)
se sul più bello sborra e poi s’ammoscia?
(Lascia stizzita il cavallo di Kotòner scuotendo la mano ed asciugandola sul vestito per eliminare il bagnato)
Di sperma caldo allora sei farcita
ma devi finire la faccenda con le dita,
sfregando insoddisfatta qui e lì
senza mai titillare il punto “G”.
Per risolvere questo gran tormento
provai per anni qualunque inserimento:
gli ortaggi freschi e quelli surgelati,
le lattine di conserva e di pelati,
i vasetti di maionese casareccia,
rami di pino senza la corteccia
e disperata, per la verità,
anche il tronchetto della felicità.
Tronchetto non proprio, un gran troncone,
sei palmi lungo, e grosso in proporzione,
ma anche questo, usato per due dì,
perse tutte le foglie ed appassì!
Che fare allora quando la ciabatta
continua a tirar come una matta
e non si trova un servitor cazzuto
capace di durar più d’un minuto?
Come diceva il poeta fiorentino
si può ricorrere a un tosco ditalino(*),
ma dopo venti o trenta bei rasponi(*)
sogni comunque un batacchio e due coglioni,
il primo che ti fotte e gli altri due
che scampanellano tra le cosce tue.
(Si interrompe come se cadesse in trance, cominciando a toccarsi vigorosamente tra le cosce)
Sommo Vate:
(Con aria perplessa)
Finita l’ispirazion della bagascia?
Cavalier Uccello:
(alludendo allo smanacciare della donna)
Forse ha bisogno del manico d’un ascia!
Mauro Mau:
In un niente potrei, col teodolite,
scoprir se soffre ancor di vaginite.
Sarebbe sufficiente allineare
le grandi labbra con il lupanare
di messer Adriano(*), eroe ben noto
del libero pensiero e dello scroto.
Prof Kotòner:
Zitti, zilenzio, mettete il kazzo in pocca,
ma non fetete come ze la tocca?
Klitoride alla man, tue tita tietro,
la zciamana zogna un kazzo lunco un metro.
Ameba Loffia:
(Col viso trasfigurato e la voce maschile, come se uno spirito si fosse impadronito di lei)
Vedo buio qua dentro, e considerato
il tanfo di merda che opprime l’odorato,
direi che mi trovo molto in basso
ancora più dell’intestino crasso.
Professor Kotòner:
Zpirito inqvieto, ompra teneproza
anima tannata ke non zi ripoza
ticci ordunqve ki zei, tove ti trofi,
ze zei di qvelli che il testino muofi.
Ameba Loffia:
(Sempre con voce da uomo)
Anima dannata tua sorella
quella che batte il marciapié alla Garbatella(*)
assieme alla madre tua puttana
che spara pompini vicino alla Magliana(*).
Io sono il professor Stronzo Bestiale(*),
paleografo famoso senza uguale
sia per la precisione della minca,
capace di fottere anche una pervinca,
che per la decifrazione originale
delle tracce di merda in un pitale.
Fui il primo a capir, saggio studioso,
che un cagone nuragico adiposo
scrisse, sforzando con il crasso(*),
la Gerusalemme che si credea del Tasso(*)!
Il testo ritrovai anni dopo, per voler del fato
in un water derelitto in mezzo a un prato.
Le macchie gialle di sterco protostorico,
per me soltanto di senso metaforico,
leccai accuratamente, da lubrico,
apprezzandone il buon sapore antico.
Avendo in culo un gran serpente boa,
mi misi quindi a scrivere Sardòa(*):
divenni noto nelle sei nazioni(*)
come il massimo sommelier di deiezioni!
Elenoclisma mi volle accanto a sé,
per leggere la sporcizia del bidet,
e alla moglie del Vate tradussi sei pitali,
interpretandone i nodi emorroidali,
comparsi poiché la bella Eléna(*)
si era fatta incular da una balena.
Mentre chinato, il naso rivoltavo
fremente e gaio dentro il buio favo(*),
ella, vellicata dalla mia linguaccia,
produsse una scorreggia così spiccia
da farmi volar via come una freccia.
e da basso cader siccome roccia
V’era là sotto il prode Generale
che leccava le balle a un caporale
offrendo nel contempo l’ano lercio
ad un bardotto dal grosso cazzo guercio(*).
Tanto anelava il prode capitano
di prendersi il badurlo(*) dentro l’ano
ch’esso era aperto, spalancato, pronto
ad ingoiar persino l’Ellesponto(*).
Io miserando vi caddi e senza sosta
inghiottito fui, siccome una supposta!
Per la legge del famoso Gay-Lussac
il culo avido fece proprio: “Ciac!”(*)
e in un attimo, per voler del fato,
rimasi là dentro intrappolato!
(La sciamana si agita, evidentemente prossima al culmine della goduria ansimando e lanciando gridolini preorgasmici)
Professor Kotòner:
Zitti, zilenzio, non facciam paccano,
nel kulo, amici, meniamolo pian piano:
qvanto di Amepa l’ultimo, orrido zpazmo
del zuo lento e godurioso orgazmo
zarà compiuto, allora la cran troia
il rezponzo ci darà con zomma cioia,
e di liqvido faginale una scorbagna(*)
erutterà talla mefitica pasagna(*).
(Ameba Loffia urlacchia, solleva la gonna e un getto orgasmico prorompe andando ad annaffiare il Sommo Vate, che afferra una ciambella da mare con l’ochetta, la indossa ed apre un ombrello, entrambi forniti dai due armigeri)
Ameba Loffia:
(ansante, di nuovo con la sua voce)
Ah, che gran goduria e grande spasso
Eiacular(*) senza ricorso al casso(*)!
Il clitoride umettando con la mia saliva,
ho avuto la vision risolutiva:
Elenoclisma saziata esser potrà
se il Generale dal cul si leverà
Stronzo Bestiale, il traduttor demente
intrappolato nel colon discendente.
Cagato dallo sfintere shardariano
Il lettore di merde quotidiano
trasferito sarà, senz’altro indugio,
nel buio fosco del femminil pertugio.
Quivi, dalle grandi labbra celato,
il frac indosso e di piccì(*) dotato,
potrà continuar le traduzioni
con la connessione adiesseelle
procurando con l’agitazione
e urtando la testa proprio lì,
a fondo sfregherà sul punto “G”.
Stronzo Bestial verrà dunque adibito
a grattar della vulva il gran prurito!
(Cade a suolo esausta e tutti gli astanti si masturbano violentemente per l’emozione salvo Mauro Mau, che avendolo troppo piccolo non lo trova, quindi si leva il cannocchiale dal sedere e ci mette le lance dei due armigeri; cala il sipario mentre dalla finestra si vede l’apparir del sole e una tromba lontana suona l’alzabandiera)
FINE ATTO PRIMO
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